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Eventi Formativi, criminal MENTE 2006

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Relazioni Convegno 2006
Convegno nazionale “CRIMINALMENTE O MENTE CRIMINALE?” a Prato il 20 maggio 2006 organizzato e presieduto dalla Dottoressa Marisa Aloia.

Si è tenuto presso la Prefettura di Prato il convegno “Criminalmente o mente criminale?” organizzato dal Lions Club “Castello dell’Imperatore” nella persona della Presidente Dottoressa Marisa Aloia con il patrocinio della Provincia di Prato, del Comune di Prato, della Azienda USL 4 di Prato, dell’Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Prato, dell’Ordine degli Psicologi della Toscana, dell’Ordine degli Avvocati di Prato, della Camera Penale di Prato, della Università degli Studi di Siena. L’incontro ha avuto lo scopo di analizzare la mente criminale non solo da un punto di vista psicologico ma anche da quello sociologico, medico e penale attraverso un dibattito, al mattino, con le Autorità locali e un confronto scientifico con valenti relatori, al pomeriggio. Si è dato inizio ai lavori con la sessione inaugurale e con gli interventi delle Autorità: la Dottoressa Eleonora Maffei (Prefetto di Prato), la Dottoressa Paola Patrizia Giugni (Assessore alle politiche scolastiche, formative e del lavoro della Provincia di Prato), il Dottor Salvatore Palazzo (Presidente del Tribunale di Prato), il Dottor Giacomo Dentici (Questore di Prato), l’Avv. Paolo Massimo Cappelli (Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Prato), l’avv. Costanza Malerba (Presidente della Camera Penale di Prato), la Dottoressa Ione Toccafondi (Direttore del Carcere di Prato), la Dottoressa Maria Luigia Stancari (Assessore alle Politiche Sociali e Sanità), la Dottoressa Lucia Livatino (Governatore Distretto 108 LA). Si è posta innanzitutto l’attenzione sulla nozione di imputabilità (possibilità di essere sottoposto a pena criminale) disciplinata nel codice penale all’art. 85: “Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile. E’ imputabile chi ha la capacità d’intendere e di volere”. Questa definizione ha bisogno di essere chiarita e precisata. “La capacità d’intendere non è la semplice attitudine del soggetto a conoscere ciò che si svolge al di fuori di lui, ma la capacità di rendersi conto del valore sociale dell’atto che si compie”. Consiste cioè nella capacità di apprezzamento e di previsione della portata delle proprie azioni od omissioni sia sul piano giuridico che su quello morale. “Per capacità di volere, invece, si intende la attitudine della persona ad esercitare in modo autonomo le proprie scelte resistendo agli impulsi”,[1] in definitiva la capacità di autodeterminarsi. Affinché sussista l’imputabilità occorre la presenza di entrambe le facoltà appena menzionate; peraltro il legislatore stabilisce i casi in cui l’imputabilità è elusa o diminuita (minore età, infermità di mente, sordomutismo, ubriachezza, azione di stupefacenti). Ecco perché è importante il ruolo dello psichiatra, psicologo, criminologo, medico affinché effettuino una accurata analisi della psiche al fine di mettere in condizione il giudice di poter irrogare una pena criminale nel caso di piena imputabilità ovvero una misura di sicurezza nel caso di non imputabilità. Di notevole interesse ed importanza giuridica è stato il sottolineare la presenza nel nostro ordinamento del principio della presunzione di non colpevolezza fino a sentenza irrevocabile (art. 27 della Costituzione), principio molte volte bistrattato e poco considerato non solo dall’opinione pubblica ma anche dagli “addetti ai lavori”. Di non secondaria importanza il rigore scientifico che deve caratterizzare l’assunzione della prova e la straordinaria portata che assume nel nostro ordinamento giuridico il principio sancito dall’art. 111 della Costituzione alla luce della riforma sul “giusto processo”, volendo sottolineare, come giustamente affermato dall’avv. Costanza Malerba, la rilevanza della parità tra le parti processuali e della attuazione concreta del diritto di difesa dell’imputato attribuendo la giusta concretizzazione, imprescindibile ai fini di una accurata analisi e ricostruzione storica dei fatti, del brocardo latino “in dubio pro reo”. A tal proposito è motivo di perplessità l’affermazione del Questore di Prato “il nostro Paese non aveva la cultura giuridica per percepire la riforma”. Innanzitutto la cultura giuridica non è un dato incontrovertibile e immodificabile ma è un insieme di dati che derivano dal corso della storia giuridica di un Paese; che il precedente sistema inquisitorio fosse ambiguo e lacunoso lo si era già capito dopo pochi anni dall’entrata in vigore del codice Rocco visti i numerosi tentativi di modifiche legislative e gli interventi di carattere giurisprudenziale che ne auspicavano una riforma. Quale diritto di difesa poteva avere l’imputato che si trovava davanti ad un organo che allo stesso tempo fungeva da accusatore e giudicante? Ed inoltre quale garanzia di imparzialità alla luce del fatto che la prova fosse “preconfezionata” e poi portata in dibattimento? Pertanto pur se perfettibile, il sistema attuale costituisce un passo in avanti verso quella tanto agognata parità processuale tra accusa e difesa. Si è poi analizzata da un punto di vista sociologico e statistico la situazione a Prato che ha evidenziato un incremento dell’attività criminale in città con una media di cinquanta reati al giorno, tentativi di infiltrazione della camorra anche se non andati a buon fine, un unico episodio di criminalità mafiosa ad Empoli, spaccio di droga e prostituzione e molti reati finanziari. A conferma della interdisciplinarietà del convegno si è posta l’attenzione su un argomento che apparentemente è estraneo alla materia propriamente criminale o giuridica: l’applicazione della biochimica in campo medico-legale, materia che fa parte della criminalistica da intendersi come l’insieme delle molteplici tecnologie utilizzate per l’investigazione criminale: vi confluiscono nozioni di medicina-legale, dattiloscopia, identificazione delle voci registrate, ………;[2] in modo specifico si è fatto riferimento alla PCR (Polymerase Chain Reaction) tecnica inventata da Mullis nella metà degli anni ottanta che consente di produrre un enorme numero di copie di specifiche sequenze di DNA senza ricorrere al clonaggio.[3] “L’impiego della tecnica permette di evidenziare, in modo semplice e riproducibile, la presenza di una singola copia di DNA di una specifica sequenza anche se presente in scarsissima quantità (in linea teorica fino a 1-2 nanogrammi di DNA genomico) e ciò ha come conseguenza il fatto che possono essere analizzati tutti i campioni biologici raccolti per esempio durante un sopralluogo o appartenenti ad un individuo: liquidi biologici come urina, saliva (anche depositata su mozziconi di sigaretta, sulla colla dei francobolli o sui chewingum), singole formazioni pilifere, anche un solo spermatozoo, tracce di sangue puntiformi o presenti su abiti che sono stati lavati, nonché resti umani provenienti da cadaveri carbonizzati, in avanzato stato di decomposizione, DNA estratto da elementi dentari o da resti scheletrici risalenti a molti anni prima del momento delle analisi”.[4] Infine la mattinata si è conclusa con l’analisi degli aspetti successivi alla condanna in particolar modo a quelli sociologici della detenzione, si è ribadito il principio della funzione non solo retributivo-punitiva ma anche e soprattutto sociale della pena (la pena tende alla rieducazione del condannato) attraverso concreti programmi di riabilitazione all’interno delle strutture carcerarie sia con attività pratiche (come quelle agricole – produzione di vino, olio, ortaggi, etc.) che con attività scolastiche (dalle scuole elementari fino all’Università). Emblematica ma allo stesso tempo emozionante come riferito dal direttore del Carcere di Prato, Dottoressa Ione Toccafondi, è stata una seduta di laurea all’interno dell’istituto vista la impossibilità da parte del detenuto di ottenere permessi di uscita. Tutto ciò all’interno di quella importante corrente definita “ideologia del trattamento” sorta negli anni ’50 che costituisce una decisiva ed importante fase della storia della criminologia e della politica penale e che nasce si sviluppa e trova un cardine imprescindibile nell’art. 27 della Carta Costituzionale (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”). Si è sostituito il concetto di pena certa con quello di pena utile che acquisisce il significato di strumento correzionale e terapeutico da attuarsi con l’ausilio dei servizi sociali. I lavori della sessione pomeridiana si sono suddivisi in tre parti: una introduzione relativa alla mente criminale, una sessione clinica relativa al legame tra crimine, scrittura e neuroscienze, ed infine una sessione investigativa relativa alla criminalistica e allo svolgimento delle indagini. Il Dottor Vigliotti, medico e psicoterapeuta, Presidente dell’Associazione Grafologi Laureati, ha precisato innanzitutto che si dovrebbe parlare di personalità criminale piuttosto che di mente criminale per capire meglio i fattori che spingono alla commissione del crimine; personalità intesa come insieme delle peculiarità di ciascun individuo quali si manifestano nelle modalità del suo vivere sociale e risultante delle interrelazioni del soggetto con i gruppi e con l’ambiente. Quindi le radici del crimine non sono nella natura del soggetto ma nel sociale poiché la personalità è un miscuglio fra ragione istinto relazioni senza dimenticare l’interrelazione fra la genetica e l’ambiente: ed è proprio l’incontro-scontro con l’ambiente che può far scattare “l’irreparabile”. Una personalità sana può essere istintiva e portata all’aggressività ma capace di sentire la propria coscienza; una personalità incline al crimine non riesce ad avere un rapporto positivo con la società quindi sviluppa un lato oscuro che potrebbe esplodere con violenza. Queste persona sono sane ma non sanno regolare la triade della mente “intelletto, affettività, volontà”. E’ quindi importante l’indagine grafologica in quanto specchio di un contesto disarmonico in cui sono evidenti segni di chiusura, di finzione, di vulnerabilità che rappresentano motivazioni, traumi, bisogni e difficoltà di crescita. La Dottoressa Aloia, psicologa e psicoterapeuta, ha analizzato la relazione tra crimine e scrittura soffermandosi in particolare sul caso “Carretta”: tre membri di una famiglia, padre, madre e figlio minore di 23 anni, non fanno ritorno a casa dopo essere partiti per una vacanza in camper. Il figlio maggiore scompare a sua volta pochi giorni dopo la partenza dei genitori e del fratello. Sono state evidenziate specifiche peculiarità del suo comportamento: la confessione dell’omicidio nella nota trasmissione televisiva di Rai tre “Chi l’ha visto?”; il segreto mantenuto per circa dieci anni, la premeditazione e la genealogia del delitto: la molla scatta, presumibilmente, quando ad undici anni cambia casa, inizia a sentire voci, a deconcentrarsi ed a non svolgere più le sue funzioni fisiologiche affermando di sentirsi osservato; ancor di più quando, dopo aver defecato in salotto, viene scoperto dal padre che lo redarguisce in maniera severa; si acuisce il contrasto interiore con il padre soggetto forte, con la madre viceversa debole e con il fratello; tutte le sue paure si palesano ulteriormente quando i genitori acquistano un camper per solo tre persone in previsione di una vacanza, circostanza che lo induce a pensare di non trovarvi spazio. Dopo ripetuti episodi sente di non farcela più e ricerca un’arma al mercato nero e man mano che il progetto omicida progredisce afferma di sentirsi sempre meglio finché una sera davanti allo specchio decide che è arrivato il momento di eseguire ciò che si era prefissato. Dall’analisi grafologica è emersa una scrittura elementare e non evoluta.[5] La relatrice ha concluso sottolineando che la psicologia della scrittura permette di analizzare la personalità di un individuo ma gli elementi risultanti sono tendenze, spunti su cui non si possono dare giudizi definitivi se non avallati da ulteriori evidenti prove scientifiche. Il Prof. Ignazio Senatore, psichiatra dell’Università Federico II di Napoli, ha fornito una rappresentazione molto particolare della follia nel cinema facendo luce su generi cinematografici come gialli, polizieschi, horror, noir, drammatici degli anni sessanta e settanta che hanno saputo addentrarsi nei meandri della mente dell’assassino fornendo una visione della follia, intesa come elemento tragico e imponderabile che si abbatte sul protagonista e come raffigurazione della psicoanalisi letta come una scienza romantica e pionieristica che cerca di scavare nella profondità degli abissi dell’animo umano. Inoltre si è brevemente accennato al ruolo terapeutico del cinema. Non é solo uno straordinario “attrezzo per fantasticare”, ma anche uno “strizzacervelli” che ha favorito un po’ tutta l’anamnesi e l’autoanalisi, portando a galla i fantasmi e i cadaveri che ognuno si porta dentro.[6] Una collaboratrice della Dottoressa Isabella Zucchi, psicologa e psicoterapeuta dell’Università di Urbino, ha proposto come via di conoscenza lo studio del grafismo e della personalità come strategia “pratica ed opportuna” per riconoscere il deviante. Ha spiegato come l’abbandono, il rifiuto, il disorientamento possano incidere sullo sviluppo intellettivo e quanto sia importante la prevenzione in un approccio grafo-patologico: la scrittura consente di prevedere situazioni a rischio evolutivo per individuare una tendenza od un carattere critico della personalità. Nello specifico è stato presentata l’esperienza relativa al caso del “mostro di Foligno” avendo avuto incarico di svolgere una perizia sugli scritti del mostro in ambito di indagini preliminari quando ancora l’autore non era stato identificato. Il 4 ottobre del 1992 Simone Allegretti, un bimbo di quattro anni e mezzo di Casale, un paesino vicino Foligno, scomparve da casa. Venne ricercato per giorni, ma senza risultato. Pochi giorni dopo la sua scomparsa un giovane agente immobiliare di Milano, Stefano Spilotros, si costituì dichiarandosi autore dell'omicidio, ma le indagini accertarono poi che si trattava di un mitomane: erano emerse troppe contraddizioni e l'indagato non seppe nemmeno dichiarare dove avesse celato il cadavere. Quando Spilotros era ancora indiziato, venne trovato in una cabina telefonica di Foligno un messaggio anonimo, scritto in stampatello col normografo su un foglio di carta nel quale (il Chiatti) affermava di aver commesso l’omicidio indicando il luogo dove ritrovare il corpo. Nel luogo indicato, nascosto in mezzo a dei rifiuti, venne, in effetti, ritrovato il cadavere del bambino: era morto per strozzamento, aveva una ferita da coltello al collo, contusioni in più parti del corpo, ma senza segni di violenza carnale. Gli abiti erano sparsi attorno. Qualche giorno dopo l'autodenuncia di Spilotros, venne trovato nella stessa cabina telefonica un altro messaggio, scritto con gli stessi caratteri, e con un tenore di compiaciuto scherno nei confronti di coloro che svolgevano le indagini. Le indagini di mesi non approdarono a nulla. Si giunse così al 7 agosto 1993, quando scomparve da casa, sempre da quelle parti, Lorenzo Paolucci, un ragazzo di tredici anni. La polizia si mise subito in movimento, tutto il paese, ovviamente in allarme per l'assassino di un anno prima, partì alla ricerca del bambino, vennero organizzate delle squadre di volontari per esplorare i dintorni e ad esse partecipò anche Luigi Chiatti, un geometra di ventitre anni al momento disoccupato, che si trovava in quei giorni nel paese, dove i suoi genitori adottivi avevano una seconda casa per il fine settimana: egli vi si trovava da solo, perché padre e madre erano rimasti a Foligno, dove risiedevano. Il cadavere venne in breve ritrovato vicino al ciglio di una strada, da dove evidenti scie di sangue fresco e tracce di trascinamento del corpo conducevano proprio ad una finestra dell'abitazione di Chiatti. La polizia fece subito irruzione nella casa: il pavimento del salone sembrava esser stato lavato, ma in maniera grossolana tanto da lasciar intravedere ancora macchie di sangue; tracce ematiche erano presenti anche su di un muro, su di un davanzale, sul prato prospiciente la casa. Chiatti venne invitato a seguire gli agenti. Il pubblico ministero, con un provvedimento immediatamente notificato all'interessato, avvisò il geometra che si sarebbe proceduto a suo carico per i reati di omicidio a danno di Lorenzo Paolucci e di Simone Allegretti. L'8 agosto 1993, il giorno successivo al ritrovamento del corpo di Lorenzo, Chiatti confessò al magistrato che lo interrogava di essere l'omicida. Nonostante la confessione del serial killer e la risoluzione del caso, molte furono le critiche alle forze dell'ordine sul modo in cui furono condotte le indagini. In particolar modo, Carmelo Lavorino, direttore della rivista Detective & Crime ed esperto in materia, criticò la mancata collaborazione tra forze dell'ordine e persone coinvolte, in qualche modo, nella faccenda. In primo luogo, Lavorino censurò l'atteggiamento dei genitori di Chiatti che, tenuto conto delle condizioni mentali del figlio, non si erano mai chiesti cosa avesse fatto egli il giorno in cui erano assenti. Poi censurò la mancata collaborazione della psicologa che aveva in cura l'assassino, la quale non avvertì di aver in terapia un soggetto di Foligno nonostante che la polizia avesse fatto sapere di cercare una persona che poteva essere in analisi presso uno psicologo.[7] Elementi importanti ai fini di una ricostruzione della psiche del Chiatti sono forniti dall’analisi della sua infanzia e adolescenza: è cresciuto in un ambiente in cui, pur non essendo stato maltrattato in maniera evidente, non ha ricevuto dai genitori un sostegno adeguato per il suo corretto sviluppo psicologico. Soprattutto il padre distante e freddo, probabilmente perché da sempre contrario alla sua adozione, la madre, invece, frustrante e repressiva lo fa vivere in un clima di costante distanza e perbenismo. La mancanza di affetto, in questa fase della vita di Chiatti, unita alle probabili molestie sessuali subite in orfanotrofio, hanno determinato problemi che si ripercuoteranno in modo drammatico sulla psiche del geometra di Foligno. In particolare, questa situazione ha causato in lui l'incapacità di crearsi relazioni significative con altre persone, avere amicizie vere. Anche nei rapporti con i coetanei Chiatti assume un ruolo passivo, sta ai margini del gruppo.[8] Successivamente la Dottoressa Anna Grasso Rossetti, psicologa consulente sessuologa, ha portato alla nostra attenzione il caso all’epoca dei fatti qualificato “omicidio inspiegabile”. Un ragazzo molto ricco ma con un supporto culturale inadeguato stringe una forte amicizia con una donna della buona società già sposata, separata, iscritta all’Università; il ragazzo l’aiuta interrogandola prima di un esame e ne è compiaciuto. Per anni la riempie di regali costosi, la porta in viaggio (in camere separate!) e, come si evince dal diario che erano soliti compilare separatamente e poi scambiarsi, le regala per il suo compleanno un maglione costosissimo e la donna non nasconde mai di ritenerlo eccessivo: addirittura lo ripete costantemente nel predetto diario. D’altra parte lei, pur accettando di buon grado i regali, non ricambia neanche con minime affettuosità le attenzioni del ragazzo. Finché un giorno lui non la uccide con estrema ferocia e con risvolti macabri. L’analisi grafologica e psicologica degli scritti e le perizie psichiatriche effettuate sull’omicida hanno mostrato che l’età mentale dei due soggetti era in realtà inferiore all’età anagrafica; in entrambi era presente il segno della fissazione, nella ragazza frigidità, nel ragazzo pulsionalità sex che spiegano la sua feroce inconsulta reazione. Ha preso poi la parola il Dottor Vincenzo Tarantino, dirigente medico ASL RMB docente di grafologia medica, illustrando come la scrittura palesi alterazioni mentali ed ha analizzato due differenti teorie, quella del legame tra geni e comportamento e quella tra cervello e comportamento: secondo la prima, che attinge alla teoria del “delinquente nato” di lombrosiana memoria, molti criminali avrebbero anomalie congenite (epilessia ed altre patologie cerebrali) che indipendentemente dall’ambiente li renderebbero antisociali; viceversa per l’altra teoria tutto parte dal cervello attraverso le sinapsi grazie a neurotrasmettitori e neuromodulatori (dopamina, noradrenalina, serotonina); in presenza di malattie si ha uno squilibrio fra neurotrasmettitori e neuromodulatori. La scrittura sarebbe il risultato di tre anelli corpo-cervello-mente che servono ad indicare le caratteristiche intellettive dell’individuo. Al riguardo si sono analizzati: uno scritto della signora Franzoni dal quale “si evince una scrittura accurata, calma con qualche emotività, lettere addossate (analisi successiva al presunto omicidio); anche se in realtà si può notare una maschera dietro, si vede una parola molto mossa, per cui bisognerebbe indagare su scritti effettuati prima del presunto omicidio”; uno scritto di Ali Agca dal quale emerge una personalità di “freddo esecutore, la scrittura è rigida, accurata, monotona, con largo fra le parole”; infine uno scritto di Luigi Tenco rinvenuto nella stanza accanto al cadavere che “lascia intendere si tratti di suicidio in quanto si vede una caduta del calibro che si stira ad indicare una forte depressione, con margini di destra”. Inoltre si è fatto cenno alle implicazioni delle neuroscienze le quali sollevano questioni importanti che toccano temi fondamentali del diritto come la capacità di stare in giudizio, la genesi di un comportamento violento, l’attendibilità dei testimoni. Ha proseguito il Dottor Sante Bidoli, psicologo fondatore dell’APRESPA, che ha evidenziato come la scrittura sia messaggera della mente e del cervello, come psicologia e psichiatria usino una serie di test per definire la personalità di un individuo, inquadrarlo e ricostruire la sua identità all’interno della società in cui si trova ad operare, come piccoli segni grafici rappresentino un mini-test per l’intelletto e la personalità in accordo con la neurologia. Lo stesso ha messo a punto un test detto “TAPPS” (TEST DI ANALISI SULLE PSICOPATOLOGIE SOCIALI ATTRAVERSO LA SCRITTURA) che si interessa non solo di patologia ma anche di dati della scrittura cioè l’interazione fra segni grafici e dodici diverse patologie. Nella scrittura spontanea si proiettano simbolicamente strutture psicologiche ed eventuali dinamiche patologiche individuali. Il principio di ricerca è lo stesso delle anamnesi e delle diagnosi della psichiatria: identificare nel comportamento individuale il seme patologico fatto di ansie, paure, blocchi, eccitazione, impulsività, incontrollabilità, distruttività; poi il grado di narcisismo, di isterismo: gli stati di dipendenza, di depressione, di rabbia, di frustrazione e stress generale, che si sviluppano nel nucleo familiare d’origine, sia per eredità atavica che per esperienze educative e di rapporto affettivo non adeguate alle necessità personali, aggravati o ridotti nel successivo impatto con l’ambiente esterno. I segni e la simbologia grafica sono in grado di rilevare aspetti devianti e/o eccessivi nei tratti individuali. L’attendibilità del test è garantita dalla molteplicità dei dati interagenti, che è in pratica impossibile manipolare durante l’elaborazione puramente matematica. L’interpretazione dei dati finali richiede conoscenze psicologiche sia teoriche che pratiche sulle interazioni dinamiche delle pulsioni e sulla capacità di gestione delle spinte nevrotiche o psicotiche.[9] Si è passati poi all’analisi della psicologia delle sette. Il Dottor Marco Strano, psicologo, criminologo e presidente ICAA, ha analizzato la notevole proliferazione di sette di vario genere. Esiste un interesse mediatico data la stretta correlazione tra sette e mondo della sessualità. Il particolare clima psicologico che si rileva all’interno delle sette e la capacità di alcuni santoni di ingerire pesantemente sui processi decisionali degli adepti, implica la necessità di dotarsi di specifici strumenti per interpretare i crimini che si verificano negli ambienti esoterici. La natura religiosa delle organizzazioni pseudo-religiose non costituisce di per sé un elemento criminogenetico anche se, ovviamente, viene studiata dal criminologo come situazione di contesto che serve per interpretare la genesi e la dinamica del crimine. Il condizionamento psichico degli adepti ed i fattori inducenti l’adesione a tali sette (senso di inadeguatezza sociale, carisma del santone, riduzione dell’ansia e dell’angoscia in seguito all’acquisizione di poteri ritenuti magici) rappresentano una variabile significativa da un punto di vista criminologico quando ad essi è correlata una forma di illegalità. Alla base dell’esistenza di molte sette sembra esserci un interesse pratico da parte del capo carismatico o, in casi di organizzazioni molto strutturate, da parte del gruppo che detiene la leadership come ad esempio acquisizione di ricchezze da parte del santone attraverso quote associative, vendite di libri agli adepti, acquisizione di informazioni sensibili in campo industriale ed economico, etc. Infine si è accennato ai segni dei riti “wodoo” particolarmente utilizzati per intimorire le giovani donne nigeriane condotte in Italia ed avviate alla prostituzione, soggiogate e terrorizzate dai loro aguzzini.[10] Il Dottor Alfredo Grado, docente di criminologia della devianza del Ministero della Giustizia, ha trattato il tema del crimine organizzato: dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio si è assistito ad un incremento del pentitismo e del collaborazionismo che vengono vissuti dalla criminalità organizzata come momento per modificare i propri assetti interni. Nasce quindi l’ipotesi che il crimine organizzato stia “ri-organizzando” i propri crimini con l’incessante ricerca di equilibri che ne possano garantire la sopravvivenza, controllo di territori, persone e legami politico-istituzionali. Tutto ciò può essere facilmente compreso considerando il crimine organizzato come un sistema aperto che contribuisce sia al mantenimento dell’organizzazione sia al suo cambiamento. Da questo punto di vista il rischio di crollo degli elementi portanti rappresenta per il crimine organizzato lo spunto per rifondarsi con un nuovo ordine e darsi nuovi assetti. Il Dottor Alberto Bravo, docente di grafologia nella Università di Bologna, polo di Forlì, si occupa di grafologia nell’ambito delle condotte criminali tramite lo studio della personalità mediante alcune chiavi di lettura. La grafologia può essere intesa come liberazione di energia e come prodotto di una attività psico-neuro-muscolare ossia come se la scrittura fosse la materializzazione dell’encefalogramma naturale che ciascun soggetto può rivelare di sé; psichica perché gli impulsi che “muovono il movimento” partono dal cervello, neuronale perché gli impulsi si “canalizzano” attraverso i neuroni e muscolare perché i muscoli “realizzano” il movimento. Inoltre, lo studio della grafologia è uno studio ideografico, mira cioè all’individualità irripetibile ed unica di un soggetto per intensità, per modulazione del movimento, per valori ed organizzazione esistenziale. Riguardo le condotte criminali, la grafologia è utile per capire le componenti temperamentali (calma, irascibilità, ansia, emotività), intellettive (riflessione, creatività, profondità, superficialità), per capire e prevedere componenti di base che si liberano a seconda delle stimolazioni ambientali che il soggetto può ricevere o subire e a posteriori motivazioni personali legate alla specifica natura individuale che possono aver determinato il comportamento criminoso del soggetto. Si è successivamente passati all’analisi della scena criminis illustrata dal Dottor Giampietro Grosselle, esperto di criminalistica, attraverso la presentazione di un caso di triplice omicidio e tentativo di suicidio: alle prime ore del mattino si ha l’esplosione di una casa causata da una fuga di gas; i soccorritori subito giunti sul luogo estraggono due donne ed una bambina tutte decedute; l’unico superstite è un uomo salvato da una trave. Da una prima ricostruzione si pensa che l’innesco possa essere il suono casuale del campanello ma dopo qualche giorno un vigile del fuoco rinviene un coltello insanguinato e di ciò ne dà immediata notizia al magistrato che affida il caso al relatore. Appare alquanto strano che alle 7.32 del mattino una persona inneschi, suonando il campanello, l’esplosione ma non ne rimanga ucciso o quantomeno ferito oppure che non vi sia nessun testimone. E’ stato quindi ricostruito l’ambiente della casa per ottenere anche la volumetria e risalire così alla saturazione del gas. Dalle foto si è visto che una delle due donne, identificata poi come la moglie, aveva alcuni tagli sui vestiti non dovuti all’esplosione; la bambina aveva tracce di accoltellamento e tracce simili si trovavano sul lenzuolo e sul materasso della camera da letto dei coniugi. La bombola di una stufa catalitica era stata ritrovata vicino al letto e quindi si pensò che l’autore del fatto fosse il marito. In effetti questi aveva progettato un piano di morte indolore per asfissia, piano però fallito dopo che la moglie avvertendo l’odore di gas si era svegliata. Da qui il cambiamento e la decisione di uccidere la moglie, la figlia e la di lui sorella (con loro convivente) con un coltello. Dopodichè segue il suo tentativo di suicidio e l’esplosione. Cosa è avvenuto nella mente dell’uomo? Cosa è scattato dopo il fallimento del piano di morte indolore? Il triplice omicidio è commesso da una mente criminale o è un fatto avvenuto criminalmente? Tali quesiti trovano risposta nella criminologia ed a tal proposito il relatore sottolinea l’importanza della complementarietà sulla scena del crimine tra criminalistica e criminologia che non possono essere scollegate affinché si giunga ad una corretta ed oggettiva ricostruzione dei fatti. E’ poi intervenuto un rappresentante dell’Arma dei Carabinieri, il M.A.s.U.P.S. Sabino D’Agnelli addetto alla Sezione Grafica del RIS di Messina, che dopo aver accennato alla organizzazione territoriale del reparto speciale dell’Arma ha brevemente introdotto gli obiettivi, i requisiti di scientificità e le prospettive delle indagini grafiche affinché possano trovare applicazione nell’ambito delle scienze forensi in particolare nella criminalistica. E’ stata la volta della relazione del Dottor Graziano Candeo, ispettore superiore della Polizia scientifica, che ha sottolineato l’importanza di un principio generale che deve sottendere qualsiasi indagine: “la ricostruzione dei fatti non può prescindere da uno studio rigoroso della scena del crimine e da un rilievo scrupoloso di ogni minimo dettaglio”. Ha poi proposto il caso del rinvenimento di un cadavere nel quale si è rivelata importante la “lettura” dei messaggi di insetti e larve: l’entomologia forense. Lo studio delle larve presenti su un cadavere può fornire molti indizi, il più delle volte utili e sufficienti per accertare la verità. Attualmente, ad esempio, sul luogo di un crimine se non c'è più un cadavere, quasi certamente ci sono le larve che nel frattempo lo hanno colonizzato (ciò accade una volta che si attiva il processo di decomposizione). Studiando i vermi, non solo si può risalire all'epoca della morte, ma si può anche verificare, ad esempio, se la vittima è morta in seguito all'assunzione di droga o meno. Inoltre, è attualmente in fase sperimentale a livello mondiale la possibilità di risalire all'identità di un cadavere sconosciuto: sezionando l'insetto, in pratica, si recupera il suo succo gastrico e dalle analisi si può risalire al Dna della vittima. Il riscontro di insetti e larve sui cadaveri non permette, infatti, solo di risalire all'ora della morte, come se fossero veri orologi biologici, ma offre una serie di informazioni che possono dare un contributo utilissimo alle indagini di polizia scientifica. Testimoni imparziali e attendibili, insetti e larve possono suggerire all'investigatore innumerevoli elementi di rilevanza medico-legale, da informazioni geografiche a tracce di droga, dal riscontro di abusi sui minori alle molestie sessuali, dai tempi di decomposizione all'inquinamento di prove, fino all'identificazione di eventuali colpevoli.[11] Che gli insetti potessero testimoniare, seppure indirettamente, in casi di morte sospetta, venne in mente per la prima volta a un entomologo francese, Bergeret, che nel 1855 riuscì a stabilire l'epoca della morte di un bambino in base alle popolazioni di insetti insediati sul cadavere. Portata avanti da pochi scienziati in tutto il mondo, è oggi riconosciuta come un valido strumento di indagine e i suoi risultati sono accettati come prove in tribunale. Più giovane come disciplina, approda ora nei tribunali anche la botanica forense. Non solo gli insetti, ma anche le piante, i pollini e le spore possono fornire preziose testimonianze circa il luogo e il momento in cui è avvenuto un delitto. Applicata per la prima volta in un caso di omicidio in Nuova Zelanda, la botanica forense è stata portata all'attenzione internazionale dal Tribunale delle Nazioni Unite per i crimini di guerra che doveva giudicare gli eccidi di massa avvenuti durante il conflitto nella ex Jugoslavia. Per nascondere la portata delle esecuzioni, i corpi vennero spostati e dispersi in diverse località, ma fu proprio l'analisi dei minerali e dei pollini rivenuti sui corpi ad aiutare a individuare i luoghi dove erano stati effettivamente uccisi. Due scienziati americani, Norris e Bock, hanno utilizzato invece lo studio dei residui vegetali ingeriti dalle vittime per risolvere alcuni casi di omicidio. Sia la botanica che l'entomologia forensi sono per loro natura discipline trasversali ad altre branche di studi e vengono assimilate volta per volta a categorie più ampie, quali l'antropologia forense o l'archeologia ambientale.[12] Ha chiuso i lavori il Prof. Loré, docente responsabile delle scienze medico-legali dell’Università di Siena, che in armonia con gli interventi che lo hanno preceduto ha affrontato il tema dell’importanza della medicina-legale presupposto fondamentale per chi deve operare in varie vesti sulla scena del crimine (medici, criminologi, polizia giudiziaria, magistrati, etc.). Erroneamente si associa questa specialità alle autopsie mentre invece la medicina legale è la disciplina “che affronta tutti i momenti cruciali della umana esistenza, dalla procreazione assistita alla interruzione della gravidanza, dalla sperimentazione dei farmaci al trapianto di organi, dagli effetti lesivi e letiferi della violenza e dell'incuria alle esigenze di giustizia penale e civile, rappresentando nel corso degli studi giuridici l’unica occasione che consente la formazione di una coscienza bioetica adeguata alle complesse questioni inerenti la persona e i fondamentali diritti alla vita e alla salute, alla dignità e alla libertà dell’uomo. Le scienze medico-legali implicano anche attività – in ambito di ricerca, didattica e formazione, assistenza – inerenti innanzitutto la clinica con assolute esigenze di collaborazione con peculiari specialità quali la cardiologia, la oncologia, la oftalmologia, la reumatologia. Non secondarie le implicazioni con l’ambito della comunicazione e dei linguaggi (verbale e non, orale e scritto, grafico e iconografico), gli aspetti e i problemi economici e finanziari dell’assistenza e delle assicurazioni (sociali e private con particolare riferimento all’ambito della responsabilità civile auto), la psicologia e la grafologia; si deve altresì segnalare la pertinenza e la rilevanza di settori ed attività di specifica competenza correlati alla analisi del crimine violento, alla antropologia e alla afrodisiologia forensi, alla balistica. Essenziale il contributo dei giuristi per le basi del diritto, la normativa e la giurisprudenza di riferimento in ambito di medicina legale penalistica, civilistica, assicurativa, la comunicazione, i linguaggi, la persuasione, le investigazioni, la formazione della prova nel processo penale con particolare riferimento ai temi delle testimonianze, delle perizie e consulenze tecniche, della informatizzazione di didattica, giustizia e sanità”.[13] Si è posta l’attenzione, alla luce delle esperienze concrete di casi “famosi” e non, sul fatto che la giustizia e la Archivio sono refrattarie alla ricerca della verità prediligendo l’autorevolezza delle affermazioni piuttosto che la loro fondatezza. Da qui l’importanza di un corretto svolgimento delle indagini mirate alla ricerca della verità non solo processuale ma anche storica attraverso la raccolta di tutti gli elementi anche quelli apparentemente trascurabili, in altre parole l’importanza di una rigorosa metodologia scientifica che si dimostra essere sempre la carta vincente.

Barbara Mezzano
Alessandro Passaro


[1] ANTOLISEI, Manuale di Diritto Penale (parte generale), Giuffrè, 2000, pag. 608.
[2] PONTI, COMPENDIO DI CRIMINOLOGIA, Cortina, 1999, pag. 4.
[3] WATSON, DNA RICOMBINANTE, Zanichelli, 1994, pag. 64.
[4] CERRI, Relazione al convegno “PCR da tecnica avanzata a routine”, aprile 1997.
[5] Vedi http://www.crimine.it/
[6] Vedi http://cinemaepsicoanalisi.com/
[7] Vedi http://guide.supereva.com/serial_killer/interventi/2004/02/149962.shtml
[8] Vedi http://guide.supereva.com/serial_killer/interventi/2004/02/150125.shtml
[9] Vedi http://www.crimine.it/pagina.asp?ID=76
[10] Vedi http://www.criminologia.org/articoli_pdf/sette_sataniche_pdf/manuale_crim_sette_strano.pdf
[11] Vedi http://newton.corriere.it/PrimoPiano/News/2006/05_Maggio/1/larve.shtml
[12] Vedi http://erewhon.ticonuno.it/2002/scienza/forensic/forensic.htm
[13] Vedi http://www.scienzemedicolegali.it/


Autore: Scienze Medico Legali


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