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Il Giallo di Garlasco, la valutazione delle prove.
La Perizia Tecnica dimessa dal Dr.Varetto sembra aver determinato un effetto "shock" a carico della nutrita schiera di "colpevolisti" che già in prima istanza avevano condannato Alberto Stasi, allo stesso modo con cui gli innumerevoli "C.T. della domenica" appassionatissimi di calcio dettano le loro "sicurezze" in merito alla composizione delle squadre, ai moduli di gioco, alla presenza indispensabile (o meno) di questo o quell'altro giocatore. Sui media impazza la polemica sulla validità degli accertamenti tecnico-scientifici: alcuni sostengono che siano del tutto inutili...altri mettono in evidenza una presunta contraddittorietà degli stessi sulla base delle diverse conclusioni raggiunte dai tecnici che hanno prestato la loro opera nell'ambito della vicenda giudiziaria. Il quadro che viene dipinto evoca scenari da brivido...basti pensare in quanti e quali processi le perizie tecniche (portate a termine in scienza e coscienza) si siano dimostrate determinanti per giungere a un verdetto equo e imparziale, sia esso di condanna o di assoluzione…in tal modo si rischia di gettare ombre e dubbi sull'effettiva correttezza di una miriade di giuste sentenze! Fermo restando che per esprimere una qualsiasi opinione occorrerebbe avere contezza di tutti atti d'indagine presenti nel fascicolo processuale, da quelli relativi alle attività investigative di sopralluogo in poi, è comunque doveroso precisare che le scienze forensi e gli accertamenti tecnico-scientifici sono uno strumento di ineguagliabile utilità per risolvere casi complessi che sarebbero destinati, altrimenti, a rimanere insoluti. Il problema, more solito, risiede nell'uomo...che nella fattispecie può essere assimilato ad una "variabile", un'incognita, che sembra in grado di poter sconvolgere qualsiasi modello matematico, anche se basato su la più ferrea logica! Come enunciato in precedenza...le scienze forensi sono uno strumento di grande utilità, ma guai a farne un uso “improprio” o, ancor peggio, distorto! A dire il vero le risultanze del Dr. Varetto appaiono condivisibili su più punti. In primo luogo mi soffermerei sull'ora della morte: i dati tanatologici danno indicazioni che consentono di collocare l'ora del decesso in un arco temporale non stimabile (addirittura) in "frazioni di ora"! Troppe sono le variabili soggettive (attinenti alla vittima) e quelle contestuali (relative alla tempistica e ai luoghi del crimine) per poter stabilire il momento del decesso con un’approssimazione di 30 minuti (a meno di pochi eccezionali casi). In merito alla presenza del DNA della vittima e dell’impronta di A. Stasi sul “dispenser portasapone”: v’è da dire che questo elemento dimostra solo che quel determinato oggetto è stato toccato di sicuro dall’imputato e, ad un certo punto, una parte del DNA dalla vittima vi si è depositata sopra, per contatto diretto o per transfert, il ché non ha alcuna valenza sul piano probatorio…dal momento che non è possibile stabilire i tempi in cui le due distinte tracce considerate sono state rilasciate sull’oggetto. Ed ancora…in merito alla traccia di DNA ritrovata sul pedale della famosa bicicletta: è correttissima l’osservazione del Perito sull’eventualità che detta traccia non è ascrivibile “esclusivamente” al sangue della vittima, potendo provenire da qualsiasi altro elemento “densamente cellulato”, (saliva o altro umore corporale); se la memoria non m’inganna, sul punto, mi pare che (in prima istanza) era stata diffusa una notizia secondo cui i tecnici del RA.C.I.S. avevano dato per scontato che quella particella di DNA provenisse con sicurezza dal sangue della vittima! Notizia poi “smentita” dalla medesima struttura. Quanto detto è gia sufficiente per tirare qualche conclusione. Il procedimento nei confronti di A. Stasi è un classico processo indiziario, con un castello accusatorio che è la risultante di una serie di congetture, basate su una “personalissima” interpretazione di elementi ricavati da accertamenti tecnici (non sempre conducenti) il cui esito è stato considerato in modo soggettivo ed unilaterale da parte del P.M., cercando di attribuire valore di prova a quelli che pacificamente possono essere definiti solo meri indizi! Naturalmente occorrerà attendere il termine del processo ed i possibili (per quanto improbabili) nuovi elementi per mettere la parola fine a questa tristissima vicenda, in un modo o nell'altro. In buona sostanza, ancora una volta, mi tocca dover rimarcare che non sempre è possibile pervenire a una verità processuale che rispecchi fedelmente nella sua pienezza quella dei fatti accaduti, ed inoltre: per un verdetto di condanna servono prove certe! Le illazioni, i sospetti e tutto quanto assimilabile restano solo materiale utile per scambiare “quattro chiacchiere” con il dirimpettaio di pianerottolo o al bar con gli amici…davanti una fumante tazza di buon caffè. Giusto per riassumere e ribadire quanto fin qui asserito, in merito alla vicenda, ritengo utile proporre all’attenzione di chi legge un mio modesto scritto sulla valutazione della prova criminalistica, per altro pubblicato dal Dr. Edoardo MORI (Magistrato di Cassazione) sul suo sito web, consultabile al link seguente,
http://www.earmi.it/varie/guccia.htm
L'allegato è stato reperito sul sito dell'ANSA


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Autore: Gianfranco Guccia


lunedì 26 luglio 2021
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