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CAPACITA’ D’INTENDERE E DI VOLERE
"Sulla capacità d’intendere e di volere Innanzitutto una premessa: affinché un soggetto sia imputabile, è necessario che al momento della commissione del fatto, egli sia capace d’intendere e di volere. A tal proposito per capacità d’intendere si indica quell’attitudine dell’uomo non solo a conoscere la realtà esterna, ciò che lo circonda, ma anche quella di rendersi conto e d’interpretare e dare un significato, positivo o negativo, agli accadimenti o agli stessi atti che egli compie, rivestendoli, così di valore sociale. Mentre con la locuzione capacità di volere, si indica quell’attitudine del soggetto ad autodeterminarsi, adeguando, cioè, il proprio comportamento alle scelte fatte. Nel codice penale c’è una precisa norma che fa riferimento al rapporto fra le capacità di cui sopra e l’imputabilità, si tratta dell’articolo 85, il quale recita: Art.85 codice penale Capacità d’intendere e di volere Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile. E’ imputabile chi ha la capacità d’intendere e di volere. Questo è il principio generale, ma a ben vedere, nel nostro ordinamento sono altresì contemplate norme che prevedono cause di esclusione o diminuzione di imputabilità. Detta circostanza può scaturire da alterazioni patologiche, dovute: · ad uno stato d’infermità di mente · all’azione dell’alcool · all’azione da sostanze stupefacenti oppure da immaturità fisiologica o parafisiologica riguardanti rispettivamente: · la minore età · il sordomutismo. Queste le cause codificate che danno vita alla non imputabilità, ma vi sono soggetti che pur non essendo incapaci d’intendere e di volere, perché non affetti da particolari patologie né tipi di immaturità, tuttavia si debbono considerare tali, in quanto hanno vissuto e si sono sviluppati in condizioni socio – culturali tali da non rientrare nei canoni di “normalità” accolti comunemente, normalità intesa in senso lato. Si tratta ad esempio degli uomini – lupo, dei selvaggi o di quelle persone tenute in segregazione fin dall’infanzia e poi liberati. Ma analizziamo singolarmente le varie tipologie succitate (con qualche cenno di Giurisprudenza), nei cui confronti non si può parlare d’imputabilità né, dunque, di capacità d’intendere e di volere. La minore età La capacità d’intendere e di volere presuppone un certo sviluppo psico – fisico del soggetto, si comincia con un grado pressoché nullo, fino ad arrivare alla piena maturità intellettuale. La Legge ai fini dell’esclusione o meno della imputabilità (e conseguentemente della capacità d’intendere e di volere) distingue tre fasce di età: per il minore di quattordici anni, c’è una presunzione assoluta d’incapacità (per presunta immaturità), tanto che all’art.97 c.p. si dispone “non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni”. 1. per il minore fra i quattordici e i diciotto anni, nessuna presunzione, è solo il Giudice che, caso per caso, deve accertare l’imputabilità o meno, infatti all’art.981 co. c. p. recita” è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto aveva compiuto i quattordici anni, ma non ancora i diciotto, se aveva capacità d’intendere e di volere; ma la pena è diminuita”. In questo caso occorre fare appello al concetto di maturità. 2. per il maggiore di diciotto anni, c’è presunzione di capacità per presunta maturità, salvo che si dimostri che tale capacità è esclusa o diminuita da cause patologiche (infermità di mente, alcool, stupefacenti) o parafisiologiche (sordomutismo). Giurisprudenza Per l’accertamento della capacità di intendere e di volere dell’imputato maggiore di età non è necessaria una specifica indagine tecnica, quando non risultino particolari stati patologici. Cass. sez. I Sent. 6234 del 30-4-90 (Ud. 12-7-89). *** La condizione naturale relativa all’età e l’incapacità per infermità sono del tutto indipendenti, sì che l’esclusione di quest’ultima non esime il giudice dall’accertare, con qualsiasi mezzo a sua disposizione — anche se non è necessario far ricorso all’ausilio di perizie medico - legali — se il minore era capace di intendere e di volere, e tale accertamento è insindacabile in sede di legittimità, qualora il giudice, valutata la personalità del minore, così come richiesto dall’art.11 della legge istitutiva del tribunale per i minorenni, ritenga, anche in relazione al tipo di illecito commesso, che egli era capace di intendere e di volere. Cass. sez. I Sent. 4808 del 16-4-87 (ud. 6-10-86). Il Sordomuto In questo caso siamo alla presenza di uno stato fisico di minorazione sensoriale che può produrre uno stato d’immaturità psico – fisica. La fattispecie in esame è da accertare di volta in volta per valutare se incida o meno sulla capacità del soggetto e se, dunque, egli debba considerarsi pienamente capace d’intendere e di volere o no. Il vizio di mente Gli artt. 88 e 89 del codice penale trattano l’ipotesi in esame, il primo sotto la rubrica “vizio totale di mente”, il secondo “vizio parziale di mente”, ma entrambi fanno riferimento ad una infermità tale da escludere o diminuire la capacità d’intendere e di volere dell’agente. Secondo il nostro ordinamento, dunque, l’alterazione della mente è necessario dipenda da una infermità, la quale, però, non assolutamente deve essere di natura psichica, potendo trattarsi anche di una infermità fisica, purché incida in concreto sulla capacità d’intendere e di volere (es. fase post – critica dell’epilessia o una carenza vitaminica). Oltre a ciò, la nozione giuridica di infermità rilevante ai fini dell’imputabilità può in concreto essere integrata, oltre che da quelle alterazioni psichiche per le quali la scienza medico – legale utilizza la definizione di malattia di mente (e che la scienza psichiatrica definisce psicosi organiche od endogene ovvero ad esse assimila), anche da altre anomalie (che la scienza psichiatrica riconduce nella categoria dell’abnormità psichica), con comportamenti del soggetto non solo dannosi per lui ma anche per gli altri, In questi casi, compito del giudice, è innanzitutto, chiarire se l'anomalia abbia avuto un rapporto motivante con il fatto delittuoso commesso e quindi stabilire, in caso di risposta affermativa, se l’anomalia stessa sia tale da far fondamentalmente ritenere che quel soggetto, in relazione al fatto commesso, o non fosse proprio in grado di rendersi conto della illiceità del fatto e di comportarsi in conformità a questa consapevolezza, ovvero avesse al riguardo una capacità grandemente scemata ovvero fosse pienamente imputabile. L’art.88 così recita: Art. 88 codice penale Vizio totale di mente Non è imputabile che, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità d’intendere o di volere. Giurisprudenza La normalità psichica si verifica quando nel soggetto le. tensioni determinate dai sentimenti, dai bisogni, dai desideri e dagli interessi si svolgano senza particolari conflitti psichici e si traducono in corrispondenti azioni, di cui costituiscono il motivo determinante. Cass. sez.I Sent.7855l del 8-9-82 (ud. 20-5-82). *** Se certe psicopatie non sono di per sé stesse indicative di uno stato patologico esse tuttavia possono avere influenza sulla imputabilità allorché sulle anomalie del carattere e dell’affettività si innesti o si sovrapponga uno stato patologico che, pur se inerente alla qualità ed alla gravità della stessa psicopatia. alteri la capacità di intendere e di volere. La difficoltà di valutare certe deviazioni psicopatiche nella loro esatta portata, poi, impone e rende necessario di tener presente l’effettivo rapporto esistente tra il tipo di abnormità riscontrata ed il determinismo dell’azione delittuosa commessa al fine di accertare se le anomalie riscontrate assumono o meno il valore di “infermità”. Cass. sez. I Sent. 12366 del 14-9-90 (Ud. 2-7-90). *** La capacità di intendere e di volere, per escludere o diminuire la imputabilità a norma degli artt. 88 ed 89 cod. pen., deve essere profondamente viziata da una infermità mentale (avente accezione diversa dagli altri stati di diverso rilievo penale previsti dallo stesso codice come la deficienza psichica o la inferiorità psichica) la quale deve dipendere da un’alterazione patologica insediatasi stabilmente nel soggetto. Pertanto, solo l’infermità mentale avente una radice patologica e fondata su causa morbosa può fare escludere o ridurre, con la capacità d’intendere e di volere, la imputabilità, mentre, a parte gli stati emotivi e passionali che non incidono sulla imputabilità penale in quanto esclusi dall’art.90 cod. pen. tutte le anomalie del carattere, pur se caratteriali e che indubbiamente incidono sul comportamento, non sono idonee ad alterare nel soggetto le capacità di rappresentazione o di autodeterminazione e non diminuiscono e non escludono la imputabilità perché non hanno un substrato patologico. Del pari e per lo stesso motivo non sono sufficienti a legittimare il riconoscimento di infermità mentale neppure parziale, le manifestazioni di tipo nevrotico, le «personalità psicotrope o psicopatiche», le alterazioni comportamentali prive di substrato organico, ancor più se a carattere episodico o sporadico. Non lo è neppure la insufficienza mentale, specie di grado lieve e che non giunga alla oligofrenia né alla frenastenia, perché l’ipovoluzione intellettuale, l’immaturità, non sono sufficienti a sorreggere l’ipotesi di una alterazione patologica clinicamente accertata e provocante uno stato morboso quando non sia di grado tale da non permettere al reo di comprendere i limiti di un’azione lecita né il disvalore di un comportamento antigiuridico. Cass. sez. I Sent.13202 del 5.10.90 (ud.1.6.90). *** La nozione giuridica di infermità rilevante ai fini dell’esclusione della capacità di intendere o di volere deve essere ritenuta compiutamente integrata nell’ipotesi di accertata “malattia di mente» in senso medico – legale. Ne consegue che lo stato di mente tale da escludere o da scemare grandemente la capacità di intendere e di volere deve necessariamente essere dipendente da una causa patologica che, quantunque non inquadrabile nelle figure tipiche della nosografia psichiatrica, abbia alterato, temporaneamente i processi dell’intelligenza e della volontà. Cass. sez. I Sent. 8539 del 19-9-96( ud 4-7-96). *** La malattia di mente rilevante per l’esclusione o per la riduzione dell’imputabilità è solo quella medico – legale, dipendente da uno stato patologico veramente serio, che comporti una degenerazione della sfera intellettiva o volitiva dell’agente; di conseguenza deve ritenersi sussistente la capacità di intendere e di volere in un soggetto affetto solo da anomalie psichiche o da disturbi della personalità Cass. sez. I Sent.10422 del 17-11-97 (ud.20-10-97). Art. 89 codice penale Vizio parziale di mente Chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità d’intendere o di volere, risponde del reato commesso; ma la pena è diminuita. Giurisprudenza Alla stregua degli studi psichiatrici scientifici ormai consolidati, si deve distinguere tra psicosi e psicopatia, l’una considerata vera e propria patologia mentale, tale da alterare i processi intellettivi o volitivi, l’altra da valutarsi alla stregua di una mera caratteropatia, cioè come anomalia del carattere, non incidente sulla sfera intellettiva o della volontà e, quindi, non tale da annullare o da scemare grandemente la capacità di intendere o di volere. Cass. sez. I Sent.299 del 15-1-92 (ud. 10-10-91). *** Perché si possa ravvisare la diminuente di cui all’art.89 cod. pen. occorre che venga accertato uno stato clinicamente definibile come morboso, tale da determinare in concreto una consistente riduzione delle facoltà intellettive e volitive dispiegate dall’agente per commettere uno specifico reato. L’infermità di mente che esclude o diminuisce l’imputabilità deve, cioè, sempre dipendere da una causa patologica produttiva di alterazioni dei processi volitivi o intellettivi mentre la sindrome ansiosa depressiva, determinata da una esasperazione del rapporto del soggetto con l’ambiente non è associabile ad alcuna entità nosologica. Cass. sez.I Sent.4029 del 3-4-92( ud.l0-12-91). *** L’infermità parziale di mente accertata con riferimento ad un determinato episodio criminoso non opera automaticamente in relazione ad ogni altro successivo episodio di cui lo stesso soggetto sia chiamato a rispondere. Ciò in quanto lo stato di imputabilità deve essere riferito al momento del fatto - reato e la relativa indagine deve essere compiuta di volta in volta, poiché la malattia precedentemente diagnosticata può essere al momento guarita, o attenuata o localizzata in una determinata sfera di attività. Cass. sez.III Sent. 4279 del 9-4-98 (ud. 13-2-98). *** L’epilessia non costituisce di per sé una malattia che comporti uno stato permanente di infermità mentale nel soggetto; la incapacità di intendere o volere è invece ravvisabile nel momento del raptus, vale a dire allorché il malato è colto da una crisi epilettica che, provocando movimenti e spasmi incontrollabili possa determinare movimenti degli arti e del corpo dei quali il malato, in quel momento, non può rendersi conto. Cass. sez.VI Sent. 3031 del 26-3-93 (ud. 19-1-93). *** Alla stregua degli studi psichiatrici scientifici ormai consolidati, si deve distinguere tra psicosi e psicopatia, l’una considerata vera e propria patologia mentale, tale da alterare i processi intellettivi o volitivi, l’altra da valutarsi alla stregua di una mera caratteropatia, cioè come anomalia del carattere, non incidente sulla sfera intellettiva o della volontà e quindi, non tale da annullare o da scemare grandemente la capacità di intendere o di volere. Cass. sez.I Sen. 299 del 15-1-92 (ud 10-10-91). *** La suggestione poiché i suoi effetti incidono sulla capacità di intendere e di volere potendone alterare od escludere la efficienza si inquadra nel più lato concetto, di infermità mentale, in quanto tale espressione usata dagli artt. 88 e 89 cod. pen., va intesa come qualsiasi condizione patologica, anche transitoria, clinicamente valutabile, che si concreti in una sintomatologia psichica tale, da escludere totalmente la capacità di intendere e di volere ovvero da scemarla grandemente. Cass. sez.I Sent.1455 del 13-2-75 (ud. 30-4-74). Alcoolismo e Sostanze stupefacenti Il codice penale ai fini della piena imputabilità e dunque della capacità d’intendere e di volere, opera una distinzione a seconda che l’ubriachezza sia piena o meno; così dispone, infatti l’art.91: Art. 91 codice penale Ubriachezza derivata da caso fortuito o forza maggiore Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva la capacità d’intendere e di volere, a cagione di piena ubriachezza derivata da caso fortuito o forza maggiore. Se l’ubriachezza non era piena, ma era tuttavia tale da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità d’intendere o di volere, la pena è diminuita. Nella fattispecie si tratta di ubriachezza accidentale, al soggetto non si può rimproverare niente, egli si è trovato in stato di ubriachezza inconsapevolmente (es. si beve del vino bianco anziché acqua, si inalano vapori alcolici in ambienti non sospetti). Art. 92 codice penale. Ubriachezza volontaria o colposa ovvero preordinata L’ubriachezza non derivata da caso fortuito o forza maggiore non esclude né diminuisce l’imputabilità. Se l’ubriachezza era preordinata al fine di commettere il reato, o di prepararsi una scusa, la pena è aumentata. In questo articolo è contemplato sia il caso di chi vuole ubriacarsi, come scelta (es. “bevo per dimenticare”), sia il caso di chi, pur non volendo ubriacarsi, si è comportato in modo così imprudente o negligente da non poter evitare gli effetti dell’alcool (es. magari fra amici: “prendi un altro bicchierino, fatti un altro goccetto”!), infine, ed è l’ipotesi più grave, il caso di chi si ubriaca per uno scopo ben preciso, commettere un reato o prepararsi la scusa. In quest’ultimo caso la Legge, non solo riconosce il reo pienamente imputabile ma anche gli commina una pena più severa. Ancora, il codice penale all’art.95 si occupa della cronica intossicazione sia dalle sostanze alcoliche che da quelle stupefacenti e recita: Art. 95 codice penale. Cronica intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti Per i fatti commessi in stato di cronica intossicazione prodotta da alcool ovvero da sostanze stupefacenti, si applicano le disposizioni contenute negli articolo 88 e 89. Nella fattispecie i fenomeni tossici sono costanti e perdurano nel tempo, senza dare spazio a momenti od intervalli di lucidità, ecco perché si richiamano gli artt. relativi al vizio totale e parziale di mente Giurisprudenza Lo stato di tossicodipendente non costituisce, di per sé indizio di malattia mentale o di alterazione psichica. E’ pertanto inammissibile l’istanza di perizia psichica fondata unicamente sullo stato di tossicodipendente e sfornita di qualsiasi fondamento diagnostico. Cass. sez. VI Sent. 5605 del 19-4-90 (ud.6-10-89). *** L’intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti di cui all’art.95 cod. pen., in riferimento agli artt.88 e 89 stesso codice, influisce sulla capacità di intendere e di volere se e in quanto, per il suo carattere ineliminabile e per l’impossibilità di guarigione, provoca alterazioni psicologiche permanenti, tali da far apparire indiscutibile che ci si trova di fronte ad una vera e propria malattia e che dal vizio di mente di cui agli artt.88 e 89 cod. pen. debbono escludersi anomalie e forme di degenerazione del sentimento non conseguenti ad uno stato patologico. Cass. sez. I Sent. 3191 del 18-3-92 (ud. 24-1-92). Gli stati emotivi e passionali Per cercare di offrire una maggior completezza a questa disamina sulla capacità d’intendere e di volere, così come è intesa nel diritto penale, pare interessante considerare anche questa fattispecie legata agli aspetti emotivi e passionali. Innanzitutto corre l’obbligo di precisare che cosa s’intenda per emozione e passione: la prima, consiste in un turbamento dell’animo, di breve durata, suscitato a seguito di alcuni accadimenti e questa “impressione” prevale su tutte le altre, la seconda, consiste in un sentimento violento che tiene l’animo in uno stato di agitazione e che , se troppo invadente o mal controllato, è in grado di alterare il comportamento. Il codice penale, dunque così dispone: Art. 90 codice penale. Stati emotivi e passionali Gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità. Così recita la disposizione; ma se è vero che questi non escludono né diminuiscono l’imputabilità, tuttavia si possono prendere in considerazione ai fini dell’applicazione delle attenuanti giuridiche, valutabili caso per caso, in relazione ai moventi che hanno spinto quel soggetto, con quella personalità, ad agire. Ed ancora, gli stati emotivi e passionali, solo in via eccezionale sono in grado d’influire sull’imputabilità, ossia, allorché degenerino in un vero e proprio stato di squilibrio mentale, con disordine e perturbazione nelle funzioni della mente della volontà sì da eliminare od attenuare le capacità intellettive e volitive, e dunque, da obnubilare ed attenuare la coscienza paralizzando totalmente o notevolmente i freni inibitori e con essi la volontà (Cass.3.12.1990 e Cass.5.04.1990). Sono comprese nella fattispecie in esame anche le cosiddette “reazioni a corto circuito”, qualificate dalla prassi giudiziaria, come “raptus”, cioè tutti quegli impulsi e travolgenti, che scoppiano improvvisamente e senza premeditazione, ma che tuttavia affondano le proprie radici in uno stato di malessere pregresso sofferto dal soggetto agente e mai sopito (numerosi purtroppo sono sempre più frequenti gli omicidi attuati senza apparente motivazione). Giurisprudenza *** In tema di imputabilità, non è possibile, senza infermità mentale conseguente ad alterazione patologica insediatasi anche non stabilmente nel soggetto, riconoscere vizio di mente che escluda o diminuisca, con la capacità di intendere e di volere, anche la imputabilità del soggetto, con la conseguenza che le manifestazioni di tipo nevrotico, le personalità psicotiche o psicopatiche, le alterazioni comportamentali prive di substrato organico, ancor più se a carattere episodico o sporadico, non diminuiscono né eliminano la capacità di rappresentazione né quella di autodeterminazione, e, non incidono sulla imputabilità. Ed è per tale motivo che le cosiddette reazioni “a corto circuito”, siccome ricollegata a condizioni di turbamento psichico transitorio non dipendente da causa patologica bensì emotiva o passionale, non sono da ricomprendere fra quelle che diminuiscono od eliminano la imputabilità Cass. sez.I Sent.9701 del 8-10-92 (ud.24-6-92). *** • In tema di imputabilità le cosiddette «reazioni a corto circuito» non escludono né diminuiscono la capacità di intendere e di volere in quanto sono ricollegabili a condizioni di turbamento psichico transitorio non dipendente da causa patologica, bensì emotiva o passionale. Cass. sez.I Sent.7315 del 27-6-95 (ud. 4-4-95). *** Gli stati emotivi e passionali che, a norma dell’art.90 cod. pen. Non escludono né diminuiscono l’imputabilità, possono, sia pur eccezionalmente avere rilievo ai fini della eliminazione e della attenuazione della capacità d’intendere e di volere; affinché ciò accada è necessario che essi, esorbitando dalla sfera puramente psicologica, degenerino in un vero e proprio, anche se transeunte, squilibrio mentale, tale da obnubilare ed attenuare la coscienza e da paralizzare totalmente o notevolmente i freni inibitori e con essi la volontà. Cass. sez.V Sent.8660 del 15-6-90 (ud.5-4-90) CASISTICA In questa sede sarà tracciata, in maniera schematica, una breve classificazione, suddividendo prima le ipotesi alle quali il nostro Ordinamento riconosce piena capacità d’intendere e di volere al soggetto agente, seguiranno poi, fattispecie di incapacità e dunque non imputabilità. Capacità d’intendere e di volere – Imputabilità Non sono patologici e dunque non incidono sull’imputabilità: - Timidezza - Scarse doti intellettuali - Stato di senilità - Gelosia - Esaurimento nervoso - Deperimento organico - Nevrosi nella degenerazione sessuale (pur influendo sul comportamento del soggetto affetto da nevrosi, detto stato di “malessere” non è comunque così forte da inficiare le capacità critiche ed inibitorie della psiche innanzi ai richiami del sesso - L’omosessualità (di regola non riconduce a lesioni nella sfera intellettiva ma “rappresenta di per sé una anomalia, una alterazione del comportamento sessuale, e non già una malattia mentale. Non sussiste una necessaria specifica correlazione tra omosessualità e grado dello sviluppo intellettuale o volitivo dell’individuo. Talvolta si riscontrano nell’omosessuale disturbi psiconevrotici di vario genere, i quali possono anche giungere ad una intensità tale da dare ai origine ad una malattia mentale ma ciò rappresenta una eccezione, sicché è necessario dimostrarne di volta in volta l’esistenza, attraverso concreti ed inequivoci dati obiettivi (diversi dalle semplici manifestazioni di inversione dell’istinto sessuale) e gli stessi debbono comprovare che lo stato patologico mentale ha raggiunto una intensità tale da escludere o quanto meno da diminuire grandemente la capacità di intendere e di volere nel soggetto. Cass. sez. I Sent.428 del 15-7-68 -ud. 12-3-68) ”. Ed ancora: L’omosessualità non costituisce di per sé un fatto rivelatore di infermità mentale, poiché tale forma di pervertimento non è - di regola - correlata a psicopatie funzionali ed organiche idonee a provocare lesioni nella sfera intellettiva e quindi a diminuire in chi ne è affetto le capacità d’intendere e di volere. Cass. sez. III Sent. 1828 del 23-3-72 -ud. 3-12-7 1). Incapacità d’intendere e di volere – non imputabilità - Minorazione psichica o intellettuale, ma solo se ha una genesi morbosa tale da poter parlare di vizio di mente - Senilità se assume caratteristiche cliniche speciali, come la demenza senile - Gelosia, se è una manifestazione di uno squilibrio presente o raggiunge comunque uno “stato delirante” - Stato morboso che interessa la sfera sessuale, tanto da parlare di erotomania paranoica (es. rapporti incestuosi) In conclusione Art. 133 codice penale. Gravità del reato: valutazione agli effetti della pena Nell’esercizio del potere discrezionale (…) il giudice deve tener conto della gravità del reato, desunta: (…) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato, (…) dalle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo. Giurisprudenza Tra i criteri direttivi per la determinazione della pena il giudice deve tener conto della necessità della rieducazione è quindi necessario valutare la personalità dell’imputato e le sue inclinazioni soggettive con riferimento alla capacità a delinquere, intesa come l’attitudine del soggetto a commettere nuovi reati (definizione prognostica). Cass. sez.III Sent. 2280 del 28-1-93. Art.148 codice penale. Infermità psichica sopravvenuta al condannato. Se, prima dell’esecuzione di una pena restrittiva della libertà personale o durante l’esecuzione, sopravviene al condannato una infermità psichica, il giudice, qualora ritenga che l’infermità sia tale da impedire l’esecuzione della pena, ordina che questa sia differita o sospesa o che il condannato sia ricoverato in un ospedale psichiatrico giudiziario, ovvero in una casa di cura e di custodia. Il giudice può disporre che il condannato, invece che in un ospedale psichiatrico giudiziario, sia ricoverato in un ospedale psichiatrico civile, se la pena inflittagli sia inferiore a tre anni di reclusione o di arresto, e non si tratti di delinquente o contravventore abituale, o professionale , o di delinquente per tendenza. Il provvedimento di ricovero è revocato, e il condannato è sottoposto all’esecuzione della pena quando sono venute meno le ragioni che hanno determinato tale provvedimento. - Giurisprudenza La imputabilità deve sussistere in tutti e tre i momenti in cui si sviluppano il reato e le sue conseguenze: quello attuativo, quello del suo accertamento, quello della esecuzione della relativa sanzione. La sua mancanza produce conseguenze diverse a seconda del momento in cui interviene, se nel primo momento si ha la non punibilità dell’autore per mancanza di imputabilità; se nel secondo, la sospensione del procedimento; se nel terzo, il differimento o la sospensione della esecuzione della pena. Cass. sez.I Sent.1204 del 1l-2-84 (ud16-12-83) *** Quando il condannato diviene psichicamente infermo, l’unico provvedimento da adottare nei suoi confronti è quello del suo definitivo ricovero in un istituto psichiatrico, sino a quando perduri l’infermità, la quale non sospende in alcun modo il termine di durata della pena, da cui va pertanto detratto il periodo di ricovero. Cass. sez. I ord. 342 el 19-4-78. "


Autore: Corinna Nigiani, Jenny Ventura


lunedì 26 luglio 2021
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